La suggestione di una chiesa

Nel codice L c’è uno schizzo che ricorda tratti del Duomo di Faenza
Da cinquant’anni una disputa aperta

di FILIPPO DONATI
– FAENZA (Ravenna ) –

LA GRANDEZZA di un genio non si misura solo da ciò che ha compiuto, ma anche da quello che si è limitato a osservare, immaginare, seminando tracce di un’interpretazione lampeggiata nella mente, code di cometa per lo sguardo di chi verrà poi. A Faenza da più di mezzo secolo si dibatte circa la natura di uno schizzo leonardesco, da quando cioè lo storico dell’arte Costantino Baroni intravide il Duomo di Faenza nel foglio 15 del codice L – un taccuino colmo di appunti raccolti da Leonardo soprattutto nel corso del suo viaggio in Romagna, compiuto nel 1502 per conto di Cesare Borgia, a quel tempo dominatore di quelle terre – conservato alla biblioteca dell’Institut de France, a Parigi. Pagine in cui scorrono riproduzioni delle fortificazioni romagnole di cinque secoli fa, accompagnate da bozzetti di più difficile identificazione. Se quella nella metà inferiore del foglio 15 è indubitabilmente la Rocca di Cesena (lo prova la didascalia inserita dallo stesso Leonardo), vi è tutt’altro che unanimità sull’identità dello schizzo superiore, «una chiesa a pianta di croce latina », scrive Antonio Savioli, «con transetto, tiburio quadrato, abside a parete rettilinea». Mentre il tiburio (prova addotta dal Marchini in favore dell’identificazione) è effettivamente un tratto caratterizzante del Duomo faentino, non altrettanto si può dire per finestre ed arcate, diverse da come le disegnò Leonardo.

IL DUOMO di Faenza, fa però notare la storica dell’arte Anna Tambini, non poteva non colpire Leonardo: «con le sue nitide forme brunelleschiane», scrive, «ideate dall’architetto Giuliano da Maiano, costituiva il manifesto visivo più eclatante dell’affermazione in Romagna del Rinascimento fiorentino». Evidenze che difficilmente devono essergli sfuggite: non ci sono dubbi sulla presenza di Leonardo quantomeno nei dintorni di Faenza. Zone che «sul fiume Lamona», scrisse rievocando i calanchi da cui venivano ricavati materiali per la realizzazione delle ceramiche, «nell’uscire dal monte Appennino son tutte terre da fare boccali». Gli studiosi non hanno mai individuato credibili alternative al Duomo di Faenza tra i monumenti che possono avere ispirato Leonardo. Se dopo cinque secoli non si cessa ancora di interpretare i suoi disegni alla ricerca di possibili fonti d’ispirazione, la ragione ultima va forse ricercata nell’essenza stessa di Leonardo. Che è quella di un uomo abituato a scrivere da destra a sinistra, sospettato di aver celato il suo ritratto in numerose opere, e capace forse anche di riprodurre la fiancata di una cattedrale lasciandosi trasportare dalla creatività suggeritagli da ciò che aveva visto o semplicemente immaginato.