La fontana dell’ispirazione

Nacque all’antica fonte di Rimini l’idea di un organo musicale che impiegasse acqua e non aria

di ALESSANDRO GIOVANARDI
– RIMINI –

«FASSI un’armonia con le diverse cadute d’acqua, come vedesti alla fonte di Rimini, come vedesti addì 8 d’agosto 1502»: così Leonardo da Vinci aveva scritto sul recto del folio 78 del taccuino “parigino”, oggi custodito nella Biblioteca dell’Istituto di Francia, più noto come Codice L. Un altro appunto, databile tra il 1503 e il 1504, conservato nei manoscritti leonardeschi di Madrid, spiega cosa stesse immaginando l’artista e scienziato nell’estate riminese: la costruzione di un organo musicale che impiegasse acqua e non aria compressa, e in cui fosse il liquido a far risuonare alcuni vasi di terracotta, disposti come canne calibrate. Sul Codice L, il folio 63 Leonardo si era appuntato una riflessione sui vasi sonori.

MA QUALE fontana riminese aveva ispirato il Da Vinci? Gli studiosi, almeno fin dal 1785, sono concordi nell’indicare l’antica fonte pubblica della piazza, oggi dedicata a Cavour. Si tratta della celebre “Fontana della Pigna”, così nota ai riminesi per l’elemento ornamentale posto sulla sommità nel 1809, in sostituzione di una danneggiata statua di san Paolo che la dominava dal 1545. La fonte di approvvigionamento pubblico è tuttora un suggestivo monumento, sorto probabilmente nel XIII secolo e continuamente trasformato attraverso i secoli e i diversi restauri. Non fu però il suono generato dalle sue molteplici cascatelle a suggestionare il Da Vinci per la loro «armonia», bensì la contemplazione delle loro cadute multiple: in effetti, Leonardo scrive ben due volte «vedesti», non «udisti». Cosa era venuto a fare il maestro a Rimini? Ingegnere versatile e geniale, era stato inviato quell’anno in Romagna ad abbellire e fortificare le città conquistate da Cesare Borgia, il duca Valentino, mappando le terre di una signoria in espansione. L’audace condottiero, figlio di papa Alessandro VI era entrato a Rimini due anni prima, nell’agosto del 1500, cacciandovi i Malatesta; dal 1499 aveva già messo sotto assedio molte città delle Marche e della Romagna, i cui feudi il Papa aveva dichiarato estinti: Camerino, Urbino, Pesaro, Imola, Forlì, Cesena, Rimini, Ravenna, Cervia e Faenza capitolarono. Cesare aveva ispirato a Niccolò Machiavelli il profilo letterario del suo “Principe” e le sue potenti riflessioni politico-filosofiche sulla virtù e la fortuna. A fine giugno 1502, Machiavelli e Leonardo s’incontrarono per la prima volta, ospiti del Borgia nel Palazzo Ducale di Urbino. Il Duca, potente signore della Romagna, perse il suo potere nel 1503: con la morte del padre, cui seguì il brevissimo pontificato di Pio III Piccolomini a lui favorevole, il Valentino fu messo fuori gioco da un principe suo pari, Giulio II Dalla Rovere, acerrimo nemico dei Borgia. Nel 1503 Leonardo tornò a Firenze: a Rimini, anche la struttura difensiva di Castel Sismondo era nel frattempo mutata, ma probabilmente non ad opera del grande artista e scienziato, la cui memoria si lega solo all’incisivo appunto sulla fonte.

LA NOTA del Codice L, per suggerimento dell’allora giovanissimo Carlo Pedretti, noto studioso di Leonardo, fu incisa su una lapide e posta nel 1946 sulla Fontana della Pigna, con la data errata «5 d’agosto», poi rettificata. I tempi precari e bellicosi di un Rinascimento violento e splendido non avevano impedito a Leonardo, i pensieri più sofisticati e audaci.