Imola, una mappa di arte e scienza

La storica Sara Taglialagamba e l’attribuzione dello studio grafico sulla città romagnola e le sue difese

di ENRICO AGNESSI
– IMOLA (Bologna) –

SARA TAGLIALAGAMBA, storica dell’arte, lei è stata a lungo collaboratrice del professor Carlo Pedretti, il maggior studioso al mondo di Leonardo da Vinci. Nel corso del suo viaggio in Romagna, tra le altre cose, Leonardo ha anche realizzato una mappa di Imola (conservata oggi a Windsor) che rappresenta più di ogni altra cosa il rapporto di questa città con il Genio rinascimentale.

La paternità di quell’opera è stata però molto discussa negli anni; cosa ne pensa?

«Nonostante la sua autografia fosse già confermata nel 1941, quando entrò a far parte dei disegni dei fascicoli della commissione vinciana per opera di Mario Baratta, e la sua fortuna critica fosse magnificata a più riprese da interventi di Carlo Pedretti nel 1955, 1957 e 1962, la mappa fu al centro di una querelle attributiva. Lo studioso Fausto Mancini nel 1979 propose di attribuire la carta – poiché essa sembrerebbe fotografare una situazione urbanistico- abitativa prima del 1474 – all’ingegnere degli Sforza Danesio Maineri, ricevendo il consenso di Nando De Toni. L’autografia fu tuttavia subito riconfermata con decisione dai più autorevoli studiosi che ne esaltarono l’eccezionale aspetto tecnico-estetico a titolo di indiscutibile prova».

Quale aspetto, in particolare, la attribuisce chiaramente a Leonardo?

«Come ha suggerito Carlo Pedretti, i disegni cartografici di Leonardo possono essere definiti a buon diritto come opere d’arte. Si tratta, infatti, di una perfetta e grandiosa sintesi tra arte e scienza, tra l’eccezionale mezzo espressivo del disegno e l’applicazione pratica relativa agli aspetti teorici, strategici e militari, che corrispondevano al fine per cui le mappe erano create. Le eccezionali doti di bellezza artistica e accuratezza tecnica che appartengono alla mappa di Imola basterebbero da sole a confermare questa definizione ma anche la paternità leonardesca, imponendosi di diritto sia per il suo grande impatto artistico sia per la sua esattezza scientifica».

Quali sono le difficoltà maggiori affrontate all’epoca nel realizzare un lavoro paragonabile alle attuali mappe di Google?

«Oltre che nella celebre mappa, Imola, estremo avamposto settentrionale dei territori del Borgia, infatti, era studiata anche nel foglio RL 12686 (ca. 1502) conservato a Windsor. Il disegno rappresenta schizzi planimetrici della preesistente maglia urbana con evidenza di dettagli architettonici. Tra questi la Rocca, che era il punto da dove si calcolavano le distanze, come attesta l’insistenza con la quale Leonardo si appuntava in modo estemporaneo la rappresentazione schematica del castello, rilevato in pianta, come punto di avvistamento e di presidio per la città, e dei quattro quartieri, San Matteo, San Cassiano, San Giovanni e Sant’Egidio. La mappa di Imola nasce da questi schizzi».

Sempre nel corso della sua permanenza in Romagna, Leonardo ha analizzato dal punto di vista geologico anche i suoli di questa terra. In cosa consistono tali studi?

«I mesi passati in Romagna sono forieri anche di echi che tornarono alla sua mente nei più svariati campi, come quello geologico. Alle pagine del Codice Leicester e databile tra il 1505 e il 1508, si legge al foglio 9 r che Leonardo testimonia di aver visto ‘nichi’, ovvero fossili marini; al foglio 10 r c’è il ricordo del paesaggio argilloso del calanchi di Val Lamone e si accenna alla produzione faentina di ceramiche detti ‘boccali’; e al foglio 36 r Leonardo ha già presente che cos’è la stratigrafia e riconosce tre unità rocciose: le formazioni gessose, solfifere e argillose, quest’ultime ‘Come si vede ne’ fiumi, che scorran la Marca e la Romagnia, usciti delli monti Appennini’ ».