«Che orgoglio la rinascita»

di GIAMPAOLO MARCHINI

ANDREA IVAN, questo pomeriggio tocca a voi a essere festeggiati per le celebrazioni dei 90 anni della Fiorentina. Ai ragazzi che ripartirono con la Florentia Viola, dopo il naufragio di Cecchi Gori. «Un grande gruppo composto prima di tutto da persone vere. La società fu costruita da uomini capaci di costruire tutto dal nulla. Penso a Gino Salica, Giovanni Galli e tutti quelli che allora gravitavano attorno a una realtà che stava rinascendo».

Parlava prima di grande gruppo.

«Sì, perché non fu facile trovare giocatori importanti che scendessero anche di categoria, ma pronti a mettersi al servizio di un obiettivo che non potevamo fallire. Giocatori come Di Livio, Ripa, Riganò, ma anche Andreotti e Longo si dettero da fare per riportare la squadra dove meritava. Grandi uomini e grandi giocatori».

Se si volta e ripensa a quei momenti penso che ci sia comunque tanto orgoglio per quello che avete fatto.

«Assolutamente sì e all’inizio non fu certo facile; non mancarono le difficoltà, superate poi anche con la compattezza dell’ambiente e con tutte le componenti, società, squadra, tifosi, città e stampa che si presero per mano con l’obiettivo di salire più in alto possibile».

Non come adesso a Firenze, insomma…

«Mi vanto di aver giocato in tutte le categorie e devo dire che in ogni serie ci sono componenti diverse, ma il rapporto sano e genuino come c’era in C2 difficilmente l’ho ritrovato se non in alcune piazze. Penso a Bergamo dove in questo momento c’è grande armonia».

Non è facile, considerato che spesso sono i risultati che condizionano l’umore della piazza.

«Certo, ma l’esperienza mi ha insegnato che se si vuole costruire qualcosa di bello bisogna stare uniti, alimentando una passione che in questo momento qui è venuta meno».

Venuta meno come quella dei Della Valle.

«Per come ho conosciuto io i Della Valle posso dire che la passione per il calcio è cresciuta quando hanno preso la Fiorentina. Erano tutti coinvolti e determinati».

Anche Diego Della Valle? Ora sembra proprio il contrario.

«Lui lo era più di tutti. Tutti i ritiri e nei prepartita era con noi; era di compagnia. Una persona davvero piacevole. Auspico davvero che possa tornare a essere così appassionato come lo era prima, ma dubito perché le cose sono cambiate e anche l’impossibilità di cambiare un certo sistema lo abbia spinto a defilarsi».

Di quella stagione per certi versi irripetibile cosa si ricorda?

«Mi ricordo di tutto, di ogni singola partita perché fu davvero una stagione straordinaria e fummo bravi a riprenderci e a vincere una grande sfida anche personale. Io venivo da una promozione con il Livorno in serie B, ma non ci pensai un attimo a tornare in C2 per la squadra di cui ero tifosissimo».

Quindi si può dire che prima di Viviano è stato lei il primo portiere-tifoso?

«Anche io andavo in Fiesole, ma all’epoca ero un ragazzo e meno conosciuto di Emiliano in curva perché andavo con un gruppo di amici dopo che la mattina, magari, avevamo giocato noi con gli allievi. Ma la passione per la Fiorentina c’è sempre stata. Un onore aver contribuito alla sua rinascita».