«Grazie Antognoni
Adesso tocca a me»

«SEDIAMOCI QUI, per favore. Al posto 21. Il numero che indossavo quando giocavo nel Bari». Inizia così la chiacchierata all’interno del «Franchi» con Gaetano Castrovilli, il talento classe ’97 della Primavera viola nato a Minervino Murge che tanti sono pronti a giurare possa trasformarsi da scommessa a talento puro. «Eppure il mio numero fortunato non è questo, se devo essere onesto: quello che più mi si addice è il 17. In quel giorno di febbraio sono nato ed ogni qual volta mi capita qualcosa di bello e guardo l’orologio, sono le cinque del pomeriggio o sta scoccando il 17° minuto. Guardi, ce l’ho perfino tatuato sul corpo». Strana la storia di «El Castro», l’enfant prodige paragonato a Verratti e cercato da Juventus e Chelsea ma con un passato da ballerino. Che Corvino, con un colpo da biliardo dei suoi, ha vestito di viola a gennaio.
Ci racconta com’è nata questa sua passione per la danza? «È iniziato tutto a 7 anni, all’improvviso. Non ricordo nemmeno il perché ho iniziato a ballare, forse ho da sempre avuto il ritmo nel sangue ed avevo bisogno di esprimerlo. Nel contempo però mi divertivo a giocare a pallone per strada: è lì che ho conosciuto la mia vera passione. Poi però quando è morto mio nonno, tutto è cambiato».
Ci spieghi. «Avevo promesso a lui, che era un grande tifoso del Bari, che prima o poi avrei esordito al San Nicola. E allora scelsi di iscrivermi alla scuola calcio del mio paese e di lì a poco feci un provino al Bari grazie ad Antonello Ippedico, che restò impressionato e mi prese nel settore giovanile biancorosso».
Eppure non sono state sempre tutte rose e fiori al Bari, vero? «All’inizio andava tutto a gonfie vele: vincevo premi su premi. Poi è iniziato un brutto periodo, in cui mi sentivo stressato dal continuo avanti-indietro tra Minervino Murge e Bari: ero sul punto di abbandonare».
Cosa l’ha convinta poi a proseguire nella sua professione? «I tanti sacrifici che hanno fatto i miei genitori e mio zio per permettermi di diventare quello che già ero. Oltre alla promessa che avevo fatto a mio nonno. ’Non posso mollare proprio adesso’ mi sono detto. E così ho fatto. Ho ripreso la mia strada nel Bari e sono arrivato ad esordire al San Nicola. E adesso, eccomi a Firenze».
Torniamo alla danza: crede che pallone e pista da ballo siano due mondi conciliabili? «In molte movenze sono due discipline simili: sembra strano ma è così». Ha coinvolto nessuno nello spogliatoio viola a ballare al ritmo della sua musica? «Perez è uno dei più bravi, ma anche Diakhate non se la cava male. Diciamo che nello spogliatoio facciamo tutti un po’ a gara a chi sa ballare meglio. Il mio amico Scalera? No, lui meglio di no… è ridicolo (ride, ndr)».
C’è chi dice che lei non si impressionerebbe nemmeno se giocasse in un San Siro stracolmo: è vero? «Sì e l’ho capito quando ho fatto l’esordio in B alla Spezia. Il mio compagno di squadra Minicucci entrò in campo insieme a me quel pomeriggio del maggio 2015 ma tremava di paura. Io lo guardai negli occhi e gli dissi: ’Stai tranquillo, è solo una partita di calcio’. Io non riesco ad avvertire mai la pressione perché ripeto sempre a me stesso che sul campo da calcio devo pensare solo a divertirmi».
Antognoni ha detto che lei è un calciatore dal futuro assicurato: non le tremano le gambe nemmeno davanti a queste parole? «Antognoni è la bandiera di Firenze, è inevitabile che certe affermazioni mi abbiano fatto piacere. Ho incontrato di persona Giancarlo il giorno della funzione pasquale e lì mi ha detto una frase che ho ben presente: ’Io ho parlato, adesso tocca a te’. Ha ragione. Devo passare dalle parole ai fatti».
Magari esordire in A potrebbe aiutarla: spera di raggiungere questo traguardo da qui a fine campionato? «Sogno di fare il mio esordio tra i grandi il prima possibile ma se non dovesse avvenire, continuerò a lavorare. Nella speranza che ciò possa avvenire l’anno prossimo».