«Antognoni e Baggio amici miei
Bati super anche nella testa»

 

COSA SI PROVA a dover maneggiare con cura un vaso di cristallo? O una collana tempestata di diamanti ed arricchita di rubini? Probabilmente la stessa tensione ed il medesimo orgoglio che nei suoi nove anni di carriera viola ha vissuto sulla sua pelle Franco Martelli, storico massaggiatore della Fiorentina tra il 1983 ed il 1992 tra le cui sapienti mani sono passati i muscoli di campioni come Antognoni, Baggio, Borgonovo e Batistuta. Il Gotha della storia del calcio a Firenze, verrebbe da dire. Martelli oggi è fisioterapista in proprio e condivide una lunga collaborazione con la Nazionale di calcio Under 35 Master. Un testimone come pochi di una porzione indimenticabile di storia viola, che ha scelto di raccontarsi a «Viola week».

Nove anni alla Fiorentina sono tanti: qual è il ricordo che più di tutti conserva nel cuore?

«Credo che l’opportunità di lavorare con Borgonovo sia stata per me qualcosa di unico. Al di là del nostro rapporto sul lettino, ci legava una grande amici- zia anche fuori dal campo. È una persona che mi è sempre rimasta nel cuore ed ho seguito da vicino ogni sua traversia personale fino alla sua scomparsa».

Ci racconta come arrivò alla Fiorentina nel 1983?

«È un’emozione ancora oggi, a raccontarlo: dopo circa dieci anni passati come massaggiatore prima alla Sestese e poi all’Affrico, grazie ad un amico conobbi Pinelli, un dirigente del vivaio viola, e cominciai a collaborare con la Fiorentina. Ebbi subito la fortuna di iniziare con la Primavera, dove allora trovai il grande Arrigo Sacchi. Da quella stagione per me, grazie al presidente Baretti, iniziò un’escalation che mi portò di lì a poco in prima squadra».

Lei arrivò a Firenze l’anno dopo il famoso «terzo scudetto» rubato…

«Sì, se ne parlava ancora tutti i giorni di quel danno che ci era stato fatto e si percepiva un profondo malcontento anche a livello giovanile. Le recriminazioni più grandi erano proprio a livello arbitrale: chi lavora nel nostro ambiente queste cose le percepisce bene».

Si arriva al 1987, anno in cui Antognoni dà l’addio alla maglia viola: che cosa ricorda?

«Con Giancarlo ho avuto un rapporto straordinario, sono sempre stato legato a lui ed al suo calcio. Non appena se ne andò, lasciò un vuoto incolmabile nello spogliatoio, che è stato difficile colmare per tante stagioni. Sono felicissimo che adesso sia tornato in società, anche se a mio avviso i Della Valle lo avrebbero dovuto richiamare prima».

Dalla stella di Antognoni all’esplosione di Baggio dopo un lungo calvario: che periodo fu quello?

«Roby in quei difficili mesi del suo infortunio trasmetteva a tutti la stessa sensazione, ovvero quella di volerne venire fuori a tutti i costi il prima possibile. Il talento c’era e la personalità non gli mancava: sapevamo che sarebbe diventato un fuoriclasse, nonostante quel maledetto ginocchio che l’ha fatto patire. Così è stato. E vederlo fare magie in campo è ancora oggi una delle mie soddisfazioni più grandi».

Oltre al quasi scudetto dell’82, lei ha vissuto sulla sua pelle anche la doppia finale di coppa Uefa con la Juventus…

«Da anni mi ripeto la stessa cosa: se nel doppio confronto non avessimo trovato la Juve ma il Colonia, l’altra semifinalista, avremmo sicuramente portato a casa il trofeo. La sconfitta di Torino ed il pari di Avellino è il dispiacere più grosso che mi ha dato la mia esperienza alla Fiorentina: sapevamo che il match di ritorno al Partenio era già quasi una condanna per noi, visto che quella zona è uno storico feudo bianconero».

Dall’addio di Baggio al suo ritorno a Firenze con la Juve: i bianconeri perdono e Roby si rifiuta di calciare il rigore…

«Roberto era un sentimentale: nel suo primo anno a Torino soffrì molto il cambiamento di ambiente. Per lui la maglia viola ha sempre rappresentato qualcosa di unico. La scelta di non calciare quel rigore a Mareggini l’ho sempre interpretata come una volontà di dire grazie alla città che più di tutte gli ha permesso di crescere».

-Lei ha vissuto sulla sua pelle i Pontello ed i Cecchi Gori: che differenze riscontrò fin da subito?

«Notevoli. I Pontello erano delle persone squisite: probabilmente, come diciamo a Firenze, avevano un po’ il braccino ma posso garantire che quando ti davano la mano non importava firmare alcun contratto: quel gesto equivaleva già ad un accordo stipulato. Coi Cecchi Gori invece, nonostante li abbia vissuti per due anni, mi è sempre sembrato di stare in un enorme tritacarne: non sapevi mai in quale ingranaggio ti saresti potuto incagliare. L’unica persona a cui mi legai fu Roggi, mentre il successivo ds Casasco non si peritò di farmi fuori dopo 9 anni di Fiorentina».

Si arriva infine a Batistuta, che non diede subito la sensazione di essere un campione.

«Di quel primo anno di Bati, ricordo i suoi piedi: erano a dir poco orrendi. Però Gabriel aveva una determinazione tale negli allenamenti che ci aveva già fatto capire di che pasta fosse: fino a notte fonda si allenava ai campini calciando in porta, costringendo l’allora magazziniere Sghibbe a rincorrere i palloni per tutto il centro sportivo e a restare a bordo campo finché Bati non tornava a casa».

Lei ha lavorato a lungo anche con Stefano Pioli: crede che possa essere il giusto sostituito di Sousa?

«Conosco bene sia lui che la sua famiglia: è una persona squisita ed educata, ha uno stile che si porta dietro grazie alla sua lunga militanza in società di alto livello e credo che adesso sia diventato un tecnico molto preparato. Lo vedrei molto bene a Firenze, senza dubbio: dipende che progetto della società».

Antognoni, Baggio, Borgonovo e Batistuta. Ce n’è uno che si è sentito orgoglioso di massaggiare?

«Roberto Baggio. Allora come oggi, visto che sono stato con lui in Cina pochi mesi fa con la Nazionale Master. Appena mi ha visto mi ha chiesto subito di fargli un massaggio come ai vecchi tempi: che emozione».

Una vita a contatto coi muscoli dei campioni Ha curato anche Borgonovo e Batistuta

FRANCO Martelli, 69 anni, è stato il massaggiatore della Fiorentina dal 1983 al 1992. Dalle sue mani sono passati i muscoli dei più grandi giocatori della Fiorentina. Martelli adesso lavora in proprio ma ha frequenti contatti con i tantissimi amici che gli sono rimasti nel mondo del calcio. Particolarmente struggente è il racconto che Martelli fa di Stefano Borgonovo, prima da calciatore e poi da uomo. Franco poi ha seguito lo sfortunato attaccante viola anche durante il doloroso percorso della sua malattia.

 


Domani a casa del Sassuolo, pensando al futuro

COME ha ricordato giorni fa Pantaleo Corvino, la sconfitta di Palermo rimarrà una ferita aperta nel suo cuore e in quello di tutti i tifosi viola. Per come è arrivata, per la reazione che non c’è stata, per la bruttissima sensazione di resa che la squadra ha lasciato negli occhi della gente. Ecco, per superare rovesci come questi la ricetta è una sola: lavoro, lavoro e lavoro. Non ci sono alternative. Nella settimana in cui hanno i tifosi hanno fatto sentire la loro rabbia attraverso gli striscioni appesi allo stadio, la Fiorentina ha deciso di tenere un profilo basso. Poche esternazioni, fatte tutte da Corvino, e squadra al lavoro dopo il (troppo lungo) ponte del primo maggio.

DOMANI la squadra viola affronta la trasferta di Reggio Emilia, dove troverà un Sassuolo in buono stato di forma, allenato da quel Di Francesco spesso accostato alla panchina viola per la prossima stagione. La corsa tra Pioli e DiFra sembra veder vincere il primo, ma nel calcio non è mai detta l’ultima parola. Pioli è un tecnico di ottimo livello che conosce bene l’ambiente viola (è stato un bel difensore, da queste parti, negli anni Novanta) e in più sa gestire le pressioni (se si eccettua l’ultimo mese nel frullatore cinese che è l’Inter). Di Francesco attizza di più la fantasia dei tifosi e a proprio favore conta sul saper insegnare un calcio propositivo. Entrambi – sia Pioli che Di Francesco– rispettano due condizioni essenziali per diventare allenatore della Fiorentina: essere italiano e curare molto la fase difensiva. Cosa che Sousa pare aver dimenticato da diverso tempo.