«Ero amico di Socrates
Quante battaglie in quello spogliatoio»

A FIRENZE fu accolto come un nemico, ma in pochi mesi i tifosi viola apprezzarono il grande impegno e la professionalità di Claudio Gentile, il terzino diventato uno dei simboli dell’Italia campione del mondo a Spagna 1982 grazie ai suoi rudi duelli conMaradona e Zico, e per undici anni colonna della odiatissima Juventus. «Ricordo che all’inizio non c’era un grande entusiasmo nei miei confronti ed era più che comprensibile. Venivo da una squadra con la quale c’erano state tante sfide discusse, due stagioni prima la Juve aveva vinto il campionato all’ultima giornata superando proprio la formazione viola fra mille polemiche. Nonostante queste premesse, a Firenze ho trascorso tre anni che non dimentico e ancora oggi guardo con simpatia la Fiorentina, che ha un ottimo organico, anche se ha bisogno di qualche rinforzo. Mi piace Chiesa, un giovane molto promettente e subito inserito nel concetto di squadra. Quando perde palla cerca subito di riconquistarla, non gioca mai solo per se stesso».

NELL’ESTATE del 1984 Claudio Gentile arrivò in una Fiorentina che puntava decisa allo scudetto. «Oltre a me fu acquistato Socrates e nei primi due mesi, quando eravamo secondi in classifica, ho creduto veramente di poter lottare per lo scudetto. Quella squadra aveva grandi potenzialità. Sì, dentro di me ero convinto di aver fatto la scelta giusta a lasciare la Juventus per la Fiorentina».

L’IMPROVVISA malattia di De Sisti, con la squadra affidata al suo vice Onesti, e le difficoltà di rapporti all’interno dello spogliatoio divennero ben presto ostacoli insormontabili, fino all’esonero di De Sisti sostituito da Ferruccio Valcareggi. «Ero l’unico che andava a casa di Socrates, il brasiliano non era stato ben accettato dal resto della squadra e lui ne soffriva. Ci facevamo una birretta insieme, io cercavo di rincuorarlo e di spiegargli che erano normali le sue difficoltà nel campionato italiano, ma Socrates era un uomo molto intelligente e aveva capito che i compagni non gli volevano bene. Infatti alla fine del campionato se ne andò. Quando vidi che stava preparandosi a battere una punizione e arrivò Passarella che sparò il pallone in curva capii che la situazione era irrecuperabile. Sono sicuro che se Socrates fosse andato alla Juventus sarebbe diventato ancora più forte».

SI È SEMPRE parlato di clan capeggiati da Passarella e Pecci. Ma un giocatore con la personalità di Gentile non poteva mediare e risolvere questi dissidi? «Io non sono mai stato un tipo litigioso, conoscevo bene Antognoni, che stava recuperando dall’infortunio, e Oriali come compagni di Nazionale e Pecci. Ho imparato che per vincere ci deve essere unità di intenti, senza uno spogliatoio compatto non si va da nessuna parte. E in quella squadra c’era una vera e propria guerra contro Socrates».

GENTILE saltò una sola partita per squalifica e a tre giornate dalla fine si tolse la soddisfazione di battere la Juventus a Torino con reti di Cecconi e Passarella dopo il gol iniziale di Briaschi. «I tifosi della Fiorentina mi fecero capire quanto fosse importante quella partita e io, che mi ero sempre più inserito nel contesto viola, misi un impegno ancora maggiore in quelle sfide. La gente aveva capito che ero un professionista e che davo sempre il massimo per la maglia che indossavo. Per questo mi apprezzava nonostante il mio passato bianconero. Con i miei ex compagni ero ancora in buoni rapporti, ma quando entrai sul campo del Comunale dimenticai tutti i ricordi e giocai per la maglia viola». Nel campionato successivo, concluso al quarto posto, Gentile trovò meno spazio, ma battè di nuovo la Juventus (2-0), stavolta in casa. «In panchina c’era Agroppi, viveva di trascorsi, quando era nel Torino avevamo anche giocato contro. Non mi vedeva bene, la squadra fu indebolita dalle troppe tensioni con i tifosi. Mancò la serenità, i Pontello si allontanarono e capii ancor meglio perché la Juve fosse sempre al vertice. Là c’era una forza diversa che sapeva gestire lo spogliatoio e l’ambiente». Gentile tornò a essere utile l’anno dopo con Bersellini. Giocò terzino, stopper, libero e mediano. «Alla Juve, da giovane, avevo coperto tutti questi ruoli e Bersellini evidentemente mi riteneva ancora affidabile». Poi a maggio 1987 chiuse la sua esperienza a Firenze e giocò pochi mesi a Piacenza, in serie B, prima di ritirarsi a seguire la sua azienda tessile nel Comasco. Nel 1999 il terzino campione del mondo entrò in Federcalcio e cedette la sua attività: in azzurro ha guidato la Under 20, ha collaborato con Trapattoni e dal 2002 al 2006 è stato commissario tecnico della Under 21. «Nel 2004 ho vinto il titolo europeo in giugno e ad agosto la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Atene. Solo io e Pozzo abbiamo vinto una medaglia olimpica e questo è per me il più grande orgoglio. In quella squadra c’erano sei giocatori che avrebbero vinto il Mondiale nel 2006: Pirlo, Gilardino, De Rossi, Barzagli, Zaccardo e Amelia. Per la fase finale dell’Europeo non convocai Cassano, avevo capito che con lui non avrei vinto niente. Fui massacrato dalla stampa, soprattutto romana, ma i risultati mi hanno dato ragione. E lui con le Nazionali ha fatto solo disastri». Gentile è una delle vittime del postCalciopoli. «Avevo il contratto scaduto con la Figc e la Juventus mi aveva offerto la panchina. Avvertii la Federcalcio per rispetto, Albertini e il commissario Guido Rossi mi rassicurarono che avrei continuato a guidare la Under 21. Invece, fu scelto Casiraghi mentre la Juve nel frattempo aveva puntato su Deschamps».

DA ALLORA Gentile non ha più allenato. Vive a Como, continua a seguire il calcio anche all’estero, e quasi tutti i giorni si allena con la sua bici da corsa. «Vedo allenatori che continuano a trovare panchine nonostante continui fallimenti, io invece sono stato emarginato nonostante abbia ottenuto risultati importanti con le squadre nazionali. Non ho il procuratore, chi mi vuole mi cerchi direttamente. E non faccio giocare i raccomandati, ecco perché me l’hanno fatta pagare».