di SIMONE NOZZOLI

FIORENTINA-INTER del 15 maggio 1977 fu la partita perfetta di Claudio Desolati: nella penultima giornata l’attaccante viola segnò una tripletta e firmò il sorpasso al terzo posto. «Già in pullman, mentre dal ritiro di Montecatini stavamo arrivando a Firenze, sentii che quel giorno nessuno mi avrebbe potuto fermare. I gol furono uno più bello dell’altro. Il primo di testa, su punizione di Antognoni: saltai più in alto di due giganti come Bini e Facchetti. Il secondo con una mezza girata al volo, di destro al sette, su cross rasoterra di Sacchetti e il terzo con un mezzo pallonetto su Bordon in uscita, dopo aver stoppato la palla di testa».

QUELLA TRIPLETTA evoca ricordi d’infanzia in Desolati, soprannominato «Humphre» da Galdiolo per via di un impermeabile beige con il bavero rialzato che lo faceva assomigliare all’attore Humphrey Bogart. «Sono nato in Belgio, in famiglia eravamo dieci fratelli. La domenica mio padre, che lavorava in miniera, mi chiamava per aiutarlo a lavare la macchina in garage. Alla radio sentivo sempre parlare dell’Inter di Milano con Burgnich e Facchetti. Un giorno giocherò con questi, dissi convinto a mio padre». A tredici anni e mezzo Claudio e la sua famiglia lasciarono il Belgio: destinazione Massa. «In Versilia lavoravo in un negozio di alimentari e il proprietario era il presidente della squadra Due Galli. Conobbi Corrado Orrico che allenava il Pietrasanta: mi faceva giocare con i più grandi e si era costruito una palestra in garage. Mi ha aiutato a crescere e formarmi fisicamente, finché fui acquistato dal Genoa. Abitavo con Pruzzo e dopo un anno e mezzo passai alla Fiorentina».

IL DIRETTORE del settore giovanile Egisto Pandolfini aveva strappato Desolati alla concorrenza di Inter e Juventus. «Con la Juve avevo fatto un provino per festeggiare la promozione della Sangiovannese. Dormii in camera con Zoff, non aprii bocca per l’emozione». A Firenze Claudio trovò Cervato, allenatore della Primavera, e Liedholm, che lo fece debuttare in serie A il giorno prima del suo diciassettesimo compleanno. «Alla fine del primo tempo di Fiorentina-Sampdoria Liedholm mi chiese di fare riscaldamento. Io iniziai nei corridoi dello spogliatoio elui mi disse di andare in campo. Salii i gradini del sottopassaggio e mi ritrovai davanti a cinquantamila persone, fu un’emozione incredibile». Desolati dava del «lei» non solo a Liedholm, ma anche ai compagni di squadra come De Sisti, Merlo e Chiarugi. «Mi veniva naturale, ero un ragazzino, loro erano campioni e quando parlava il Barone mi tremavano le gambe».

PER LA SECONDA presenza in serie A il giovane attaccante viola dovette aspettare più di un anno. Ma l’attesa fu ben ripagata. «Contro la Juventus, in casa, mancava Clerici infortunato e Liedholm mi schierò titolare. Era sabato, la Juve avrebbe giocato il mercoledì successivo la semifinale di coppa Campioni (i bianconeri persero la finale con l’Ajax 1-0 e rivinsero lo scudetto, ndr). Nel secondo tempo feci l’assist per Saltutti e il 2-1 a sei minuti dala fine. Dribblai Salvadore, fintai il tiro di destro, misi a sedere Zoff e lo battei di sinistro. Fui sommerso dall’abbraccio dei compagni, io vedevo le facce dei tifosi che esultavano ed ero felice della loro gioia». Desolati diventò il portafortuna della Fiorentina, imbattuta nelle altre cinque partite in cui schierò titolare lo svelto attaccante, autore di altre due reti. Poi venne l’anno spensierato con Radice e la stagione meno felice con Rocco in panchina. Il 26 gennaio 1975, alla fine di Fiorentina-Sampdoria 0-2 ci fu il famoso inseguimento in viale dei Mille. «Avevo uno strappo e Rocco mi portò in panchina lo stesso. Poi la squadra perdeva e mi fece entrare nonostante non fossi in condizioni di giocare. A fine partita sentivamo i tifosi che rumoreggiavano fuori dallo stadio, ma io e Speggiorin fummo rassicurati da un dirigente. Invece ci ritrovammo circondati da una massa di persone inferocite. Non ce l’avevano con me e Speggiorin, erano arrabbiate con la squadra e per la sconfitta. Nessuno ci toccò, ma dalla paura iniziai a correre a tutta velocità verso viale dei Mille incurante del dolore alla gamba. Mi fermai solo al garage sotto la Standa, dove avevo parcheggiato la mia Porsche, e scappai a tutta velocità».

NONOSTANTE i problemi con il Paron, Desolati vinse la coppa Italia in finale a Roma contro il Milan (con Mario Mazzoni in panchina) e la Coppa di Lega italo-inglese (nell’autunno successivo, allenatore Mazzone). Nel primo anno con Carletto «Humphrey« realizzò il suo record in campionato: dieci gol. «Sarebbero dodici, due mi sono stati tolti per la sconfitta a tavolino contro il Como. Vincemmo 4-1, ma perdemmo a causa del bullone che colpì alla testa il portiere Rigamonti». Il campionato successivo fu quello del terzo posto, con Desolati ancora capocannoniere viola con nove reti, ma la stagione dopo iniziarono i guai. I risultati deludenti portarono all’esonero di Mazzone, poi nel gennaio 1978 arrivò l’infortunio che minò la carriera di Desolati: doppia frattura della tibia destra in uno scontro di gioco durante la partitella del giovedì con la Primavera. «Mi allenavo anche tre volte al giorno per recuperare prima possibile. Ce la feci a rientrare e a segnare un gol a Pescara, alla penultima di campionato, ma continuavo a infortunarmi. Bastava una botta e mi si rompeva il callo osseo, uscii dal campo quattro volte in barella. I medici mi dicevano di smettere di giocare, ma io non mollai e per fortuna il dirigente Giorgio Morichi mi portò in Svizzera dal professor Schreiber. Mi operò e mi assicurò che avrei risolto il problema. In sette mesi tornerai a posto, mi disse. Rientrai dopo nove mesi perché aveva ceduto il tono muscolare di tutta la gamba, in pratica persi due campionati». Desolati è rimasto viola nel cuore.

«NEI DIECI ANNI di Fiorentina non ho avuto amici, tutti sono stati amici. Basta una telefonata e in cinque minuti ci ritroviamo tutti». A fine carriera ha creato la Scuola Calcio Desolati a La Trave, che per ventidue anni ha formato e cresciuto giovani. Due anni fa «Humphrey» si è trasferito al mare, a Castiglioncello (Livorno), con la sua compagna. Ma dal lunedì al mercoledì torna a Firenze per seguire la scuola calcio del Galluzzo. «Ai ragazzi insegno tecnica e fondamentali: palleggi, stop, tiri, cross. E parlo con loro per aiutarli a divertirsi in campo e a migliorarsi».