Davide Pellegrini, un pipistrello da record

di SIMONE NOZZOLI

I FRATELLI Pellegrini sono entrati nella storia del calcio italiano perché hanno giocato contemporaneamente in serie A con le maglie di tre squadre diverse: in ordine anagrafico Luca capitano e libero della Sampdoria, Davide attaccante del Verona e Stefano difensore della Roma. Successe nel campionato 1989-90 e questo è un primato che neanche la gloriosa dinastia Sentimenti (quattro fratelli calciatori in serie A) può vantare: agli inizi degli anni Cinquanta anche tre di loro giocarono contemporaneamente in A, ma tutti con la maglia della Lazio. «Mio fratello Luca – racconta Davide con quella erre moscia marchio di famiglia – è particolarmente orgoglioso di questo primato. Il segreto del nostro successo? Abbiamo avuto molta fortuna e ci siamo impegnati al massimo, tutti e tre. Inoltre sono stati molto bravi i nostri genitori: ci hanno fatto iniziare da ragazzini nel Bosto, società satellite del Varese, e ci hanno portato dappertutto senza mai intromettersi».

IL 27 NOVEMBRE 1988, i Pellegrini si ritrovarono tutti e tre sullo stesso campo, anche se solo per pochi minuti, in Fiorentina-Sampdoria 0-2: Davide in viola, i difensori Luca e Stefano avversari blucerchiati. Davide aveva un ciuffo di capelli lisci da bravo manzoniano, tanto che l’allora dirigente addetto alla prima squadra Roberto Giachetti (oggi lo chiameremmo team manager) lo aveva ribattezzato «Pelo superfluo», e un sorriso sempre accennato, come di uno che ti aveva appena fatto uno scherzo e aspettava che te ne accorgessi. «I miei compagni di squadra mi chiamavano Pipistrello perché avevo i capelli neri, mi piaceva vestirmi di nero e anche la mia auto era nera. Gli scherzi negli spogliatoi? Ce ne siamo fatti così tanti che non me li ricordo». Quella di Davide Pellegrini era una Fiorentina che aveva puntato forte sui giovani. «Arrivai a Firenze nel 1985, a 19 anni, e avevo debuttato giovanissimo in serie B con il Varese. Il direttore sportivo era Nassi che mi aveva cercato già quando era alla Sampdoria. Oltre a me la Fiorentina aveva acquistato Baggio, Berti, Onorati: era stata costruita una squadra per il futuro. Per me era un onore giocare accanto a campioni come Gentile, Passarella e Antognoni. Di Giancarlo ho un ricordo eccezionale. Un giorno stavamo andando ad allenarci ai campini quando un tifoso mi si avvicinò per apostrofarmi a proposito di mio fratello Luca, colpevole a suo dire del grave infortunio subito da Antognoni quasi due anni prima. Giancarlo intervenne subito in mia difesa: Lascialo stare, gli disse, lui non c’entra niente e quello con suo fratello è stato uno scontro di gioco. Con Agroppi mi trovavo bene, giocavo spesso come seconda punta al posto di Iorio, era il mio ruolo naturale».

DAVIDE Pellegrini segnò subito al debutto in serie A, il 15 settembre 1985: Torino-Fiorentina 2-1. «E’ una delle poche cose che ricordo della mia carriera: punizione di Passarella, respinta corta del portiere Martina e io pronto a ribattere in rete». I capelli non furono motivo di attrito con l’allenatore. «Non potevo tenerli lunghi perché era l’anno del servizio militare. Io, Pin e Monelli eravamo spesso con la Nazionale al Sud e macinavamo migliaia di chilometri di viaggi ogni settimana». Dopo una stagione in B col Pisa, Pellegrini tornò a Firenze con Eriksson allenatore. E con il tecnico svedese arrivò anche la trasformazione tattica: da seconda punta a tornante di destra, a pochi metri di distanza dal suo compagno di appartamento e grande amico Berti, trasformato in mediano. «La prima partita in cui sperimentammo questo nuovo schieramento andai subito a segno contro l’Avellino. Al di là dell’aspetto e dell’atteggiamento, sia io che Nicola ci siamo sempre comportati da professionisti. Nonostante fossimo giovani, ci tenevamo a far bene il nostro lavoro. Ai nostri tempi essere giocatori a venti anni era più facile di adesso, le società credevano in noi pur sapendo che avremmo commesso qualche errore inevitabile». «Pipistrello» stupì per la sua freschezza e per la capacità di calarsi in ruoli diversi a seconda delle esigenze: sostituì Diaz e Baggio, che nel campionato 1987-88 non convinse appieno Eriksson.

«L’ALLENATORE mi diceva che a livello tattico ero molto bravo, speravo di partire titolare la stagione successiva e invece furono acquistati Mattei e Salvatori. Ci rimasi male». Pellegrini mise insieme 29 presenze e segnò 4 reti nel suo ultimo campionato in viola. «Sono stato in ottimi rapporti con tutti i i miei compagni, ma ringrazio Dio di aver conosciuto un ragazzo come Borgonovo. Era un leader buono con la voglia di scherzare, dopo che Berti se ne andò all’Inter mi attaccai a Stefano e ho cercato nel mio piccolo di stargli vicino anche durante la sua lunga malattia. Nella Fiorentina avrei voluto lasciare un’impronta più consistente, ma ho comunque contribuito a due campionati conclusi con la qualificazione in coppa Uefa. Di Firenze ricordo il grande attaccamento dei tifosi, mi sono affezionato a questa piazza e a questa società, dove potevo anche torna re da allenatore. Nel 2003 l’allora responsabile del settore giovanile viola Leonardi mi propose di guidare gli Allievi nazionali. Io lavoravo già al Verona, sono stato molto incerto e c’ho pensato per una settimana, poi ho deciso di rimanere all’Hellas». Dopo i suoi tre anni alla Fiorentina, Davide Pellegrini ha giocato per cinque anni a Verona ed è diventato famoso per il gol del 2-1 che costò lo scudetto al Milan di Sacchi nella penultima giornata del campionato 1989-90. Sempre a Verona, la città dove ha scelto di vivere, ha iniziato anche la carriera di allenatore. Dal 2001 nelle giovanili prima di essere proiettato nel 2007-08 alla guida della prima squadra, prima al posto di Colomba e poi di Sarri che lo aveva sostituito. «Ho salvato il Verona dal baratro della C2 e i tifosi ancora se lo ricordano. Dopo aver fatto esperienze in Lega Pro e Serie D, sono tornato al Verona e con gli Allievi ho vinto il Torneo Arco di Trento, un titolo molto prestigioso per la società gialloblù. Il mio ritorno ai ragazzi non è definitivo, ho voglia di allenare e non volevo mettermi alla finestra ad aspettare. L’obiettivo del club è portare in prima squadra i ragazzi cresciuti in casa e il mio compito è aiutarli a crescere e a migliorare senza pensare troppo ai risultati». «Pipistrello» è rimasto single, non ha più il ciuffo di capelli neri sugli occhi, ma conserva ancora la passione che lo accompagnava nei suoi anni fiorentini: il culto per un mito del rock come Bruce Springsteen. «Appena sento odore del Boss in Europa, prendo e parto».