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Gluten Sensibility: capire cos’è e quali sono i suoi sintomi principali

Secondo gli ultimi dati ne soffrono ben tre milioni di persone e non è celiachia

Sempre più spesso si parla di disordini correlati al glutine. Infinite le informazioni sulla celiachia e sulle allergie al grano. Ancora poche, invece, le informazioni riguardanti un’altra patologia che secondo gli studiosi colpirebbe ben 3 milioni di persone: la Gluten Sensibility, chiamata anche sensibilità al glutine. Ma di che cosa si tratta? Un gruppo di ricerca internazionale di cui fanno parte gli studiosi italiani Umberto Volta e Roberto di Giorgio hanno fornito una possibile spiegazione, pubblicata sulla rivista scientifica Gut. Qui spiegano che la sensibilità al glutine causerebbe un indebolimento della mucosa intestinale provocando una risposta immunitaria eccessiva. Tra i sintomi più frequenti accusati dai pazienti che ne sono affetti alcuni sono di tipo gastrointestinale come meteorismo e dolori addominali, diarrea o stipsi, altri sono invece estranei all’apparato intestinale e si manifestano con sonnolenza, difficoltà di concentrazione, cefalea, annebbiamento mentale, depressione, anemia, stanchezza cronica, artriomiagie. È importante sottolineare che la soglia di intolleranza al glutine rimane comunque individuale. C’è chi solo dopo una mezza porzione di pasta può avere problemi e chi può consumare alimenti ricchi di glutine senza avere conseguenze. La sensibilità potrà aumentare nel corso della vita oppure può scomparire naturalmente senza lasciare danni, a differenza della celiachia che si accompagna a un effetto cumulativo. Ad oggi non abbiamo marcatori specifici in grado di individuare la diagnosi che viene indivi-duata dagli specialisti per esclusione. Dallo studio, condotto confrontando le molecole contenute all’interno dei prelievi sierici ottenuti da pazienti celiaci, 40, da altri che lamentavano sintomi simili, ma senza mostrare alcun segno della malattia (80) e persone sane (40), é emerso che le persone che avevano una condizione riconducibile alla gluten sensitivity presentavano i valori dei marcatori di danno alle cellule intestinali molto più elevati rispetto a quelli misurati nelle persone con celiachia. Fonte: fondazioneveronesi.it

LO STUDIO

I risultati della ricerca scientifica

La risposta immunitaria delle persone sottoposte allo studio, secondo i ricercatori, sarebbe la conseguenza di una mucosa intestinale meno selettiva rispetto alla norma, che assicurerebbe una maggiore permeabilità tanto ai nutrienti quanto ai batteri: da qui l’aumento della risposta immunitaria. A supportare l’ipotesi i risultati ottenuti dopo aver messo sottoposto queste persone a una dieta di sei mesi priva dell’apporto di alcuni cereali quali frumento, orzo segale, kamut e farro. Al termine del periodo di osservazione, i livelli della risposta immunitaria risultavano normalizzati. Di pari passo s’erano ridotti i sintomi, come riportato dai pazienti attraverso dei questionari. Resta però ancora da capire se a scatenare la risposta sia il glutine o altre piccole molecole di zucchero che avrebbero un analogo effetto irritante sulla mucosa intestinale e che sono presenti in molti altri alimenti come legumi, verdure a foglia larga, latte e prodotti caseari, funghi e peperoni.

DUE PROBLEMI DI TIPO DIVERSO

Non facciamo confusione: qualche differenza determinante

Mentre i soggetti celiaci presentano un’alterazione sia dell’immunità innata, ovvero quella che abbiamo tutti dalla nascita, a cui si unisce l’immunità adattativa, ovvero la risposta dell’organismo ad un agente percepito come esterno e pericoloso, chi soffre di Gluten Sensitivity ha un difetto dell’immunità innata, reagendo al glutine, percepito come proteina nemica.

SAPERNE DI PIÙ

Il glutine? Sostanza lipoproteica spesso usata come sostitutivo della carne

È una sostanza lipoproteica che si origina dall’unione, in presenza di acqua ed energia meccanica, di due tipi di proteine: la prolammina (gliadina per il frumento) e la glutenina presenti nell’endosperma delle cariosside di cereali quali frumento, farro, orzo, segale, spelta, triticale e kamut. Per il suo tenore proteico è spesso usato come sostitutivo della carne in alcune diete.


L’acuità visiva: cos’è e come si misura

Sfatato anche il mito dei dieci decimi TEST – Semplici ma efficaci

L’importanza di difendere un bene preziosissimo: la nostra vista

L’ acutezza visiva, chiamata anche acuità visiva, è una delle abilità principali del nostro sistema visivo ed è definita come la capacità dell’occhio di percepire e identificare i dettagli fini degli oggetti che ci circondano. L’acutezza visiva rappresenta, quindi, l’inverso delle dimensioni angolari minime che un oggetto deve avere per essere percepito correttamente. Durante l’esame visivo, infatti, l’optometrista o l’oculista misurano accuratamente questa capacità attraverso gli ottotipi, ossia la tabella composta di lettere e simboli con una grandezza progressivamente decrescente. L’ottotipo, posizionato ad un distanza minima di tre metri, rileverà i decimi. Se riusciamo a leggere tutte e dieci le righe avremo dieci decimi, se ne leggiamo sei avremo sei decimi e così via. Non sempre però chi riesce a leggere tutte e dieci le righe le vede nitide. Da qui deduciamo che un soggetto che legge tutta la tabella e crede di vedere perfettamente, alcune volte sbaglia. L’acutezza visiva, infatti, dipende principalmente da come la luce è accuratamente focalizzata sulla retina, dall’integrità del substrato nervoso della retina e dall’interpretazione cognitiva del cervello che si verifica solo per alcuni tipi di acutezza. Per questo la misurazione dell’acuità deve essere effettuata sia ‘naturale’, cioè senza correzioni con lenti e sia con correzione. Solo così si distingue un visus naturale e uno corretto. L’acuità visiva considerata normale è di 10/10 (Monoyer), 20/20 (Snellen), 1.0 (Decimale) o 0.0 (logMAR). Ciò non toglie che l’acuità visiva può essere superiore a 16/10 od oltre. Per misurarla sono necessarie apposite tabelle o esami particolari che consentono una corretta misura psicofisica dell’acutezza visiva e, con esse, è possibile misurare efficacemente l’acutezza. In caso, invece, di soggetti che presentano problemi non sempre quello che si deve ricercare è la lente del giusto potere: per far sì che i raggi luminosi cadano a fuoco sulla retina si ottiene cosi quello che gli anglosassoni definiscono la BCVA (“Best Corrected Visual Acuity”), cioè la massima acuità visiva corretta che l’occhio in esame può esprimere. Soltanto attraverso una visita è possibile comprendere quali vizi refrattivi siano presenti (ipermetropia, miopia ed astigmatismo), se ci sia una presbiopia oppure se siano presenti delle patologie oculari in senso stretto (cataratta, maculopatie, o altre patologie).

L’esperimento da fare a casa

L’acutezza visiva non è la sola abilità visiva necessaria per “vedere bene”. È fondamentale che vi sia un’adeguata acutezza visiva periferica, un ampio campo visivo, dei corretti movimenti oculari, una adeguata funzione binoculare, un’accomodazione esente da problemi e di un sistema cognitivo in grado di decodificare e analizzare correttamente le informazioni. Per provarlo gli esperti consigliano di fare un piccolo esperimento: girare per casa guardando attraverso un tubo, con un occhio solo. Così ci accorgeremo di avere dei problemi sia nell’analisi dello spazio, sia nella percezione delle distanze e risulterà difficoltosa anche la lettura. La visione che si avrà è sicuramente peggiore, poiché vengono a mancare tutte le abilità.


Focus on: Fibromialgia.

La fibromialgia è la seconda malattia reumatica più comune; a seconda dei criteri di classificazione, infatti, ne risulta affetto dal 2 all’8% della popolazione. È caratterizzata dalla presenza di un dolore cronico, localizzato in sedi ben definite. I pazienti affetti da tale patologia riferiscono di avere una storia di dolore cronico molto lunga, durante la quale il dolore si è manifestato più volte e in punti diversi del corpo. Raccontano inoltre di aver dovuto affrontare un vero e proprio calvario presso più specialisti nell’arco di diversi anni prima di riuscire ad avere una diagnosi certa.

I sintomi più comuni, oltre al dolore, sono l’affaticabilità, il sonno non ristoratore, i disturbi dell’umore e la presenza di problematiche a livello cognitivo; sebbene comuni, non si manifestano in tutti i pazienti, eccezion fatta per il dolore, sempre presente.

Il dolore è il sintomo più evidente e importante; può essere definito come dolore centralizzato, in quanto connesso al Sistema Nervoso Centrale, che ne amplifica l’intensità percepita dal paziente. In pratica, quando il paziente viene sottoposto ad uno stimolo periferico che causa dolore, la percezione di quest’ultimo viene alterata dal Sistema Nervoso Centrale, restituendo al paziente una sensazione molto più forte del normale. Gli stessi fattori centrali che causano l’alterazione della percezione dello stimolo doloroso, sono responsabili anche della presenza di altri sintomi, quali alterazioni della memoria, del sonno e dell’umore, in quanto i neurotrasmettitori che regolano tutte queste attività del sistema nervoso sono i medesimi.

I fattori scatenanti la fibromialgia non sono noti con certezza; si ritiene che possano contribuire allo sviluppo della patologia diversi fattori, come lo stress , l’infezione di alcuni virus, dei traumi importanti (come per esempio un incidente stradale), o anche altre condizioni caratterizzate dalla presenza di un dolore cronico, quali l’osteoartrosi, l’artrite reumatoide e il lupus. La fibromialgia può essere definita primaria (o idiopatica) se non è associata a nessun’altra patologia; secondaria, se viene invece diagnosticata in concomitanza ad altre patologie, soprattutto croniche.

La diagnosi. Prima di riuscire ad ottenere una diagnosi corretta, la maggior parte dei pazienti affronta un vero e proprio pellegrinaggio da più specialisti, che può durare anche anni.

I primi criteri di valutazione per la diagnosi della fibromialgia furono messi a punto nel 1990 dall’American College of Rheumatology (ACR) e sino al 2011 sono stati l’unico strumento a disposizione del medico per effettuare una diagnosi. Essi si basano su due punti chiave:

– la presenza di dolore muscoloscheletrico diffuso, interessante entrambi i lati del corpo, sia nella parte superiore che inferiore, e la colonna vertebrale, da almeno 3 mesi;

– la dolorabilità di almeno 11 dei 18 tender points, presenti sul corpo.

Nel 2011 l’ACR ha messo a punto dei nuovi criteri, i quali permettono di porre diagnosi in assenza della valutazione dei tender points, ponendo l’accento su una lista di altri sintomi quali l’affaticabilità, il sonno non ristoratore e i sintomi cognitivi, così come anche cefalea, depressione e dolore addominale. Tali criteri valutano le aree dolorose riferite dal paziente su un’immagine corporea e i sintomi associati. Il punteggio totale ottenuto in ognuna delle scale consente di fare diagnosi di fibromialgia.

Il trattamento.

La gestione del paziente con fibromialgia dovrebbe essere oggetto di un lavoro di team, composto dal medico specialista, dal fisioterapista e dallo psicologo. Solo un lavoro di team, infatti, può aiutare il paziente a migliorare non solo la sintomatologia dolorosa, ma anche tutti gli altri sintomi che causano un peggioramento della qualità della vita.

Nel 2005 L’EULAR (EUropean League Against Rheumatism) ha messo a punto dei criteri di raccomandazione per la gestione dei pazienti affetti da fibromialgia. Tali criteri sono stati aggiornati nel 2016 e prendono in considerazione sia il trattamento farmacologico che non farmacologico della malattia.

L’EULAR considera come trattamento di efficacia maggiore l’esercizio riabilitativo, per diversi motivi: gli effetti che l’esercizio ha sul dolore, sulla funzione ed il benessere fisico, la disponibilità del trattamento, il costo relativamente basso e l’assenza di problemi relativi alla sicurezza.

L’esercizio riabilitativo può essere portato avanti secondo diverse modalità:

il paziente può essere seguito in sedute in studio, oppure in acqua.

In entrambi i casi l’obiettivo finale è il miglioramento della condizione psico-fisica del paziente.

Sono considerati trattamenti di efficacia più debole quelli basati su discipline di movimento meditativo (quali qigong, yoga, tai chi, o discipline che li combinano); esse danno dei risultati in termini di miglioramento del riposo notturno, dell’affaticabilità e della qualità di vita). Anche l’agopuntura ha un’efficacia di questo livello sul miglioramento del dolore e dell’affaticabilità.

Il ricorso alla pratica del massaggio, nel complesso, non viene considerata un’opzione di trattamento efficace, soprattutto perché non è associata ad un significativo miglioramento della sintomatologia dolorosa.

Un’attività di supporto al trattamento dei pazienti affetti da fibromialgia è quella psicologica di tipo cognitivo-comportamentale. Si ritiene che la combinazione di esercizio riabilitativo e terapia psicologica possa produrre dei benefici ulteriori nei pazienti. Per quanto concerne il trattamento farmacologico, l’EULAR ne raccomanda il ricorso per quei pazienti che presentano un dolore severo o dei disturbi del sonno, mediante farmaci specifici. Non raccomanda invece l’utilizzo di farmaci quali FANS (Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei), IMAO (una categoria di antidepressivi che agisce sulla inibizione della monoamino ossidasi) e SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, altra categoria di farmaci antidepressivi), per la mancanza di efficacia delle terapie effettuate mediante la loro somministrazione; pone un accento particolare sulla contrarietà all’utilizzo dell’ormone della crescita, del sodio oxibato (usato nel trattamento dei disturbi del sonno), degli oppioidi forti e dei corticosteroidi, per la mancanza di efficacia delle terapie effettuate mediante la loro somministrazione e per l’elevato rischio di effetti collaterali.

Idrokinesiterapia e Fibromialgia

La piscina con acqua calda a 32 gradi di cui è dotato il Centro Studi Professionali Overphysio, è adatta ad accogliere i pazienti affetti da fibromialgia, garantendo per essi il massimo rilassamento muscolare in un ambiente micro- gravitario e non traumatico per il corpo. L’acqua abbraccia il corpo in tutta la sua superficie costituendo un guscio protettivo contro il dolore e la fatica. La rigidità nei movimenti scompare appena il corpo viene immerso e con la guida di un operatore ci si può abbandonare al rilassamento completo con un1’atmosfera calda e piacevole.

Obiettivi che si possono raggiungere:

– Rilassamento muscolare;

– Riduzione dell’affaticabilità grazie all’ambiente microgravitario;

– Riduzione della soglia del dolore;

– Riduzione delle rigidità;

– Miglioramento del management della sintomatologia a lungo termine;

– Tonificazione e incremento della forza attraverso programmi di esercizi a bassa affaticabilita.

Gli obiettivi saranno raggiunti attraverso:

– Acqua calda a 32°

– Fisioterapista con rapporto 1:1

– Atmosfera distesa e rilassante

– Ginnastica adattata alle capacità di ognuno e alla soglia del dolore e della fatica

 

Articolo a cura della dott.ssa FT Barbara Cidda e approfondimento a cura del dott. FT Lorenzo Chessa. Entrambi lavorano presso Centro Studi Professionali Overphysio via Geminiano Inghirami 19 – Prato O574 560913

2017-03-01T10:05:30+00:00