Il ritorno in Italia

Il racconto di un viaggio attraverso le tendenze artistiche
degli anni ’20 in Italia, la vita di un uomo coraggioso e geniale,
che ha saputo lasciare il proprio segno da Hollywood a Firenze

La storia di un uomo, coraggioso e geniale, che si intreccia con quella del mondo del suo tempo e fa nascere nuova linfa per la moda. Un viaggio attraverso le tendenze artistiche degli anni Venti in Italia, sotto l’influenza internazionale, la riscoperta del folklore delle nostre regioni subito dopo il primo conflitto mondiale, la voglia di lasciare un proprio segno da Hollywood a Firenze. Tutto questo e molto di più nella nuova mostra al Museo Salvatore Ferragamo che racconta con immagini, opere sublimi, abiti e accessori il percorso vincente di questo campione di bellezza che novant’anni fa ritornò dall’America, dove era diventato ricco e famoso, all’Italia per poi fermarsi definitivamente a Firenze.

Indossava un abito doppiopetto grigio Salvatore Ferragamo quando sul ponte del “Roma” il transatlantico che nel nel 1927 lo riportava in Italia con in tasca un capitale di 250.000 dollari, da dove era partito diciassettenne per New York viaggiando in terza classe fino al ricongiungimento coi fratelli. Dopo dodici anni il ragazzo di Bonito aveva fatto molta strada e grazie al genio e al coraggio aveva conquistato tutti i divi di Hollywood e le sue scarpe piacevano assai. Ora poteva permettersi la cabina in prima classe e aveva comprato anche una cinepresa col la quale, arrivato a Firenze, dopo deludenti viaggi al Sud e al Nord, fece le prime riprese del centro città, documenti che arrivano un anno prima di quelli dell’Istituto Luce. Ora quei preziosi fotogrammi, insieme a quelli della traversata sul “Roma” accompagneranno ed emozioneranno i visitatori che fino al 2 maggio 2018 visiteranno la mostra “1927 Il Ritorno in Italia. Salvatore Ferragamo e la cultura visiva del Novecento”al Museo Salvatore Ferragamo, col progetto espositivo da un’idea di Stefania Ricci, dal 1995 direttrice del Museo stesso, e la cura di Carlo Sisi, deus ex machina di questa straordinaria esposizione e storico dell’arte eccelso che a Firenze e nel mondo non ha bisogno di presentazioni. A loro si aggiunge il contributo scientifico di Lucia Mannini e Susanna Ragionieri, e una serie di incredibili prestiti dai più importanti musei del mondo. Ma Maurizio Balò che ha curato la scenografia con Andrea De Micheli ha trasformato gli ambienti rinascimentali del Museo Ferragamo nel transatlantico dei sogni del Calzolaio delle Dive, tra scatole bianche con la scritta Italy e oblò dai quali si affacciano in ritratti struggenti dei protagonisti degli elettrizzanti Anni Venti d’Italia.
Salvatore già famoso in America era tornato perchè voleva aprire una fabbrica in Italia e dopo molte delusioni finalmente a Firenze trovò quella maestria artigiana che cercava, quella cultura manifatturiera che gli donerà subito quella fama che ancora oggi non teme uguali.
“Ferragamo allora non pensava di restare per sempre a Firenze _ dice Stefania Ricci _ ma capì subito che era fondamentale mettersi a capo lui stesso della produzione e guidare i suoi operai che trovò molto esperti nel lavorare la pelle: Ora questa mostra vuol fare capire la grande personalità di Salvatore, la sua scelta fiorentina che si innesta nel dibattito sulla creazione di uno stile italiano di cui negli anni Venti fu protagonista con le sue creazioni che guardavano già all’anatomia del piede, per rileggere la grande storia dell’arte artigiana di Firenze che tanti collegamenti aveva con la cultura”. In mostra 170 opere di grande valore. E molte scoperte, come la valigia con tutti i documenti originali e le foto messe a disposizione dalla famiglia. Salvatore era arrivato come cittadino americano, ben presto nel 1929 ridiventa italiano e residente a Firenze. In uno dei prestigiosi saggi del catalogo edito da Skira, la storica Elvira Valleri, dedicato proprio al “Ritorno in Italia”, racconta l’incontro tra Ferragamo e Firenze in quel 1927 e l’apertura del primo laboratorio che raggiunse presto i 60 operai. “Nell’Archivio storico del Comune _ dice la professoressa Valleri _ ho ritrovato i documenti di quel laboratorio degli esordi, era in via Mannelli al numero 57 del tempo, oggi al numero 109. Qui Salvatore ha lavorato per tre anni e mezzo”.