I NUMERI

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Industria moda maschile tra forza e competitività

Il sistema industriale italiano è uscito dalla lunga fase di crisi, fatta di stop-and-go e false ripartenze, “dimagrito” ma anche rafforzato

Ipiù recenti dati dell’ISTAT ci dicono che all’inizio del 2018 si è registrato l’ottavo trimestre consecutivo di crescita del fatturato nell’industria italiana della moda e che, nella serie positiva, solo due volte l’incremento è stato inferiore all’1%. Per la moda, dunque, le usuali considerazioni sull’Italia fanalino di coda della crescita in Europa non valgono, anzi sono capovolte: in nessuno tra i maggiori paesi europei – Germania, Francia, Regno Unito e Spagna – infatti si è registrata una performance così positiva e continuativa per il settore. La competitività e la proiezione internazionale delle nostre imprese ha giocato un ruolo fondamentale in questi 2 anni di crescita, ma più in generale anche il progressivo miglioramento del quadro macroeconomico e del commercio internazionale ha alimentato in modo significativo le buona performance. C’è dunque un panorama diverso rispetto non solo, ovviamente, agli anni della crisi finanziaria, ma anche a quelli post-crisi, il lungo quadriennio dal 2012 al 2015 fatto di continui stop-and go e di false ripartenze. Il sistema industriale italiano, moda in testa, è uscito dalla lunga fase di crisi certamente dimagrito, ma anche rafforzato, o almeno conservando intatta la sua forza competitiva. Non possiamo, tuttavia, ritenere di essere in una comfort zone, per almeno due motivi. Il primo è che, ormai da molto tempo, i cicli economici – l’alternarsi di momenti di positiva crescita a momenti riflessivi – si sono fatti brevi. Già nel 2018 ci aspetta un rallentamento del quadro macroeconomico che tutti gli indicatori anticipatori segnalano come molto probabile nel corso dell’anno non solo in Italia, ma in tutta l’Eurozona. Per un settore come la moda italiana fortemente orientato ai mercati internazionali i rischi connessi al rallentamento in Europa sono attenuati dal proseguimento atteso della crescita negli Stati Uniti – che però negli ultimi due anni sono stati tra i mercati meno ricettivi per la moda italiana – e nei Paesi dell’Asia (Cina e Corea in testa). Il secondo motivo riguarda due possibili, anzi probabili, cambiamenti nei fondamentali dello scenario economico. Da un lato ci si deve attendere, non nel 2018 ma nel prossimo futuro, la fine, o quanto meno un indebolimento delle politiche monetarie non convenzionali di sostegno alla crescita messe in atto dalla BCE, la cosiddetta cura Draghi, man mano che ci si avvicina all’obiettivo del 2% per l’inflazione nell’Eurozona. Dall’altro ci sono le azioni di limitazione degli scambi internazionali avviate  concretamente dalle politiche protezioniste dell’amministrazione Trump. Il riaccendersi delle tentazioni protezionistiche è un pericolo gravissimo per la crescita, soprattutto per i settori esportatori, come la moda e più in generale per i Paesi come l’Italia in cui le esportazioni contribuiscono in modo decisivo all’economia e al benessere nazionale. La moda ha, su questo punto, una lezione da impartire a chi è favorevole a politiche protezionistiche. Per 30 anni, dal 1974 al 2005 il mercato internazionale della moda è stato sottoposto a rigidissime limitazioni – l’Accordo Multi Fibre prima e l’Accordo sul Tessile e Abbigliamento poi – messe in atto per proteggere i mercati dei paesi avanzati – quelli europei e gli Stati Uniti in particolare. In quegli anni le limitazioni hanno avuto certamente per la moda italiana un effetto positivo, ma eravamo in un epoca in cui il mercato di riferimento per la moda italiana era quasi esclusivamente il mercato interno europeo. Un’altra epoca appunto. Quando alla fine degli anni ’90 è iniziato il processo di liberalizzazione degli scambi, la decisione, è bene ricordarlo, non fu determinata dal prevalere un’ideologia liberista o dalle scelte di burocrati contro l’interesse degli stati, ma dall’interesse dell’industria, anche italiana, che, con una visione di lungo termine, aveva intuito quale sarebbe stata l’evoluzione dei mercati internazionali. Senza quelle scelte non avremmo avuto negli ultimi 15 anni la crescita delle nostre imprese sui mercati emergenti, asiatici in particolare. Certo molte critiche possono essere sollevate su come il processo di liberalizzazione è avvenuto o sul bilanciamento di vantaggi e svantaggi tra le diverse componenti della filiera e tra i diversi Paesi europei, ma senza quelle scelte oggi l’industria della moda italiana sarebbe più debole, molte più aziende avrebbero chiuso, ci sarebbero meno occupati. Oggi il 40% del fatturato della moda italiana è realizzato su mercati extra-europei. La moda italiana oggi è dunque in prima linea nell’opporsi alla fiammata protezionista che, anche se in questo momento non riguarda direttamente i nostri prodotti, non può che avere effetti negativi, diretti o indiretti, e una volta accesa può provocare incendi più gravi. In questo quadro la moda maschile, in mostra al prossimo Pitti Uomo, ha registrato una performance particolarmente positiva. I dati di Confindustria Moda ci consegnano una crescita del fatturato della moda Uomo nel 2017 del +3,4% trainata dalle esportazioni (+5,2%) che compensano una contrazione dei consumi interni italiani (-1,5%). La crescita dell’export è stata bilanciata sia sui mercati UE che extra UE, ma con performance straordinarie su alcuni mercati extra-UE come la Cina (+18,3%), la Russia (+19,6%) e la Corea (+13,8%). Sono i numeri, in questo caso, che ci ricordano come le scelte protezionistiche non possono che danneggiare il nostro settore. L’economia della moda italiana ha dunque funzionato bene nel 2017, ha generato reddito e occupazione, ha fatto investimenti per mantenere il ritmo di crescita delle esportazioni, dimostrando che l’industria di questo Paese resta forte e competitiva e richiede un contesto che offra una prospettiva di stabilità, condizione necessaria per continuare ad investire e affrontare le sfide che già nel 2018ci troveremo ad affrontare.

I dati ci consegnano una crescita del fatturato della moda Uomo nel 2017 del +3,4% trainata dalle esportazioni (+5,2%)


Il Made in Italy vola nel mondo

Settore tessile moda ancora in crescita: bene export e lavoro anche nei primi mesi del 2018

Dopo aver chiuso in crescita il 2017, il sistema del tessile moda continua a macinare reddito e profitti. «Il 2018 è iniziato bene, anche sul mercato interno» ha detto Claudio Marenzi, presidente di Confindustria Moda e di Pitti Immagine. La moda, dopo il settore della meccanica, è la principale fonte di ricchezza per il Paese. Nel 2017, come risulta dal recente studio di Confindustria Moda per Smi, la filiera del tessile moda ha fatturato oltre 54 miliardi di euro, con una crescita del 2,4% rispetto all’anno precedente. E’ un pianeta che produce oltre 400mila posti di lavoro, conta su più di 46mila aziende e assicura all’Italia un saldo commerciale positivo per circa 9,6 miliardi, quasi 650 milioni in più nel 2017 rispetto al 2016. La moda vanta imprese che negli ultimi anni hanno saputo rafforzarsi, solide dal punto di vista finanziario, ben capitalizzate. Il 2017 è stato chiuso bene e questo è avvenuto nonostante il rafforzamento dell’euro abbia costituito un ostacolo alle vendite all’estero. La capacità di vendereoltre confine anche quando il tasso di cambio è meno favorevole testimonia l’elevato livello competitivo acquisito ormai dagli imprenditori del settore. L’export copre oltre il 50% delle vendite e resta un motore eccezionale. Il made in Italy piace sempre di più. Rispetto al 2012 il giro di affari dei beni di lusso nel mondo è cresciuto del 18%. Un balzo consistente, alimentato in particolare dal mercato cinese. I mercati del lusso più importanti ritengono l’Italia il Paese migliore per la produzione, vengono qui a bussare per avere gli articoli che cercano. Nel 2017 le vendite all’estero del tessile moda italiano sono aumentate del 3,5%, varcando la soglia dei 30 miliardi di euro. Tutta la filiera ne ha beneficiato, sia a monte con le imprese che lavorano le materie prime tessili e i tessuti, sia soprattutto a valle, vale a dire per le aziende che si affacciano direttamente sul mercato con il prodotto finito e un marchio. Rispetto al passato inoltre, proprio per assicurare la massima qualità della produzione, c’è stato una cambio di strategia. Dopo che tante aziende erano andate a produrre all’estero dove la manodopera costa meno, ora riportano le fabbriche in Italia. Far rientrare le lavorazioni all’interno, piuttosto che affidarle ai Paesi low cost, consente maggiore e migliore controllo sulla qualità del prodotto. I margini di crescita del settore restano alti, nonostante l’ascesa degli ultimi anni. Questo anche grazie alla spinta  costituita dal digitale, dal boom dell’ecommerce. Le principali griffe hanno ormai quasi tutte il proprio ’negozio’ virtuale, che si aggiunge alla tradizionale rete di vendita. Nel 2017 poi c’è stata una svolta importante: per la prima volta è stata registrata una inversione di tendenza per gli addetti al settore, stimati in aumento, anche se solo dello 0,1%, dopo i significativi cali degli anni scorsi. L’Europa resta l’area di mercato dove il tessile moda vende di più, in particolare in Francia e in Germania, i primi due mercati di sbocco. Sul mercato francese nel 2017 le vendite sono aumentate del 2%, su quello tedesco del 4%. In aumento sostenuto anche il fatturato nel Regno Unito (+5%) e in Spagna (+5,6%). In lieve calo l’export negli Stati Uniti dopo il boom del 2015 con il +17,3%, mentre vola l’export verso la Cina (+11,9%) che con Hong Kong supera gli Usa per gli acquisti di moda italiana. Bene anche la Russia, con +10,9%, che supera il miliardo di euro di vendite. Al 2017 chiuso in crescita si aggiunge un 2018 iniziato in positivo. Nel primo trimestre dall’analisi di Confindustria Moda su un campione rappresentativo di aziende, emerge un aumento di fatturato dell’1,5% rispetto allo stesso trimestre di un anno fa. La raccolta ordini, sempre da gennaio a marzo 2018, segna +3,4% (meglio sul mercato interno con +3,8 che all’estero, con +3,5%). Gli operatori guardano avanti con fiducia ma anche con prudenza, senza esagerare, condizionati dall’incertezza che caratterizza i mercati: il 73% prevede condizioni di mercato stabili, il 18% in ulteriore miglioramento.

2018-06-08T09:34:39+00:0008 giugno 2018|Moda|