Il Museo Effimero della Moda
Appunti per un museo ideale

Gli abiti come una sorta di doppio di chi li ha indossati
Un’alta posta in gioco per un museo dedicato alla moda

I musei dedicati alla moda hanno la curiosa ambizione di conservare gli abiti e di tenerli a distanza dai corpi. Attingendo a una disciplina viva in cui i gesti e i movimenti sono i complementi più certi, i musei fanno proprio solo l’involucro che racconta l’apparenza.
Nonostante tutte le precauzioni imposte dalle regole di conservazione e di restauro, nonostante l’evidente assenza del corpo, gli abiti, vincolati al proprio destino, sono una sorta di doppio di chi li ha indossati.
È questa la posta in gioco del museo e dell’esposizione dedicata alla moda.
Mentre l’uno e l’altra vogliono rivelare il territorio creativo di uno stilista attraverso una successione di capi esibiti su fragili supporti, l’abito sembra coinvolgerci in modo subdolo ed evocare altri temi, inquietanti e sottaciuti.
Che sia quotidiano o riservato alle grandi occasioni, che sia da giorno o da sera, un abito esposto è la testimonianza della creazione dello stilista, talvolta il suo manifesto formale, tecnico e artistico.
Conservatori e curatori sperano di convincere i visitatori mescolando di volta in volta questi confini. Una manica, un tessuto stampato, un orlo, un volume sono il compendio di un’epoca, la volontà di un autore prima che la sua firma.
Nonostante le esigenze scientifiche che motivano la scelta di un capo di vestiario all’interno di un’esposizione, da queste manifestazioni emana una sensazione di turbamento e di inquietudine che non discende solo dallo status di natura morta dell’oggetto esibito.
L’abito viene riconosciuto come il risultato di un’opera raccolta nella propria solitudine, affrancata dal manichino, dalla cliente, dal proprietario. Improvvisamente è anche orfano.
Presentato in piano, su una gruccia oppure su un busto fittizio di legno o di vimini, l’abito diventa muto.
Per questo motivo ci sono visitatori che disapprovano la pratica dell’esposizione, mentre incensano quella dinamica della sfilata. Alcuni stilisti e creatori so-no del medesimo avviso e non si riconoscono nell’installazione statica e fissa, che tuttavia permette di dilatare il tempo di osservazione.

Combattendo una certa forma di museografia solenne e convenzionale, abbiamo
voluto fermare la messa in scena delle opere durante l’installazione, provvisoria ed
effimera

Confrontando le collezioni della Galleria del Costume di Palazzo Pitti a Firenze e quelle del Palais Galliera, museo parigino della moda, abbiamo voluto mettere fianco a fianco creatori anonimi e stilisti celebri, costruire e decostruire una storia libera dell’apparenza.

Abbiamo soprattutto scelto di non ignorare mai la condizione di ospite abbandonato che il vestito denuncia quando è esposto lontano dal suo corpo di origine. Abbiamo voluto considerarlo come un’opera, ma anche come soggetto scenico e dare importanza alle diverse forme di esposizione, ufficiali e domestiche, che esso impone ai musei o alle nostre case.
Che si trovi abbandonato sullo schienale di una sedia, appeso a un attaccapanni o piegato in un armadio, per un istante l’abito, considerato da questo punto di vista, è apprezzato con generosità. I diversi destini danno vita a formati espositivi molteplici, alcuni dei quali, quotidiani e silenziosi, popolano le nostre abitudini.
Abbiamo voluto mettere a confronto con l’ufficialità del manichino nel museo la condizione di atonia e di oggetto disdegnato di questo secondo rivestimento della nostra pelle, morbido e naufrago.
Le immagini scannerizzate delle opere scelte di Katerina Jebb non sono solo illustrazioni per un ulteriore catalogo. Sono radiografie che fissano per sempre modelli in costante evoluzione, alcuni quasi estinti, altri in via di distruzione.
I disegni inediti di Christian Lacroix che decorano il percorso espositivo come un nastro srotolato non sono un sipario frontale. Nel rosso che contrassegna i percorsi di Palazzo Pitti i drappeggi di tessuto, i fregi dipinti sono squarci panoramici battuti dai nostri passi.
La scenografia è costruita a partire da antichi elementi di arredo, dai simulacri decorativi che il Palazzo ha accumulato nel corso dei decenni. Combattendo una certa forma di museografia solenne e convenzionale, abbiamo voluto fermare la messa in scena delle opere durante l’installazione, provvisoria ed effimera.
In Italia non esiste un museo della moda in senso stretto. Ci sono tuttavia molti musei, che sono i più belli del mondo.
Che questa prima edizione del Museo Effimero della Moda possa trovare altri scali, altri rifugi mutevoli, delineando così quello che è il più attuale fra i musei della moda perché è il più evanescente
e il più poetico.

*Direttore del Museo Galliera di Parigi, curatore della mostra alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti “Il Museo Effimero della Moda. Appunti per un museo ideale”